REGGIO EMILIA – Le aree interessate dalle ipotesi di invaso in Val d’Enza sono caratterizzate da una diffusa presenza di frane attive, alcune delle quali interferiscono direttamente con il bacino e le opere accessorie. Secondo le norme tecniche per le dighe, queste condizioni possono costituire fattori escludenti per la realizzazione dell’opera.
L’Ordine dei geologi dell’Emilia Romagna, da un paio di settimane presieduto dal reggiano Fabrizio Giorgini, si è così espresso sulla realizzazione della diga a Vetto o in località Le Gazze. Sempre secondo l’Ordine, particolare attenzione va data alla sponda sinistra dell’Enza, dove sono presenti sistemi di fratturazione, cavità naturali come la Grotta Giulia da Neda, e spesse coperture detritiche. Tali elementi richiedono studi geologici e strutturali ex novo, per valutare possibili interferenze con lo sbarramento e la sicurezza dell’invaso.
Il trasporto solido del torrente, alimentato dai detriti di frana e litologie erodibili, rappresenta un’altra criticità rilevante secondo i geologi. Le stime indicano un possibile interrimento dell’invaso dell’ordine di alcuni milioni di metri cubi in 50 anni, con riduzione della vita-utile dell’opera, aumento dei costi di gestione e incremento dei rischi idraulici ed erosivi a valle. La fattibilità della condotta in alveo, invece, risulta poco approfondita dal punto di vista geologico e idrogeologico, con dati che richiedono di essere aggiornati e implementati.
Nel complesso, dunque, le osservazioni espresse sono tali da richiedere approfondimenti più estesi e articolati, prima di qualsiasi scelta progettuale definitiva. In assenza di tali studi, la realizzazione dell’invaso comporterebbe, dal punto di vista dei geologi, rischi elevati, costi aggiuntivi e impatti irreversibili sul territorio e sulle comunità.
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