REGGIO EMILIA – Si parte dai dati, certo, mai negativi come in questo momento: ma oltre all’ennesimo appello a finanziamenti nazionali c’è stato l’invito a stabilire un patto tra medici, istituzioni e cittadini, perché “la vera emergenza di questo Paese è lo stato del sistema sanitario”. A dirlo è il Gimbe, il Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze, che annualmente mette nero su bianco la situazione. L’ottavo rapporto, uscito lo scorso ottobre, è stato presentato al Capannone 15C delle ex Reggiane su iniziativa dell’Ordine dei medici di casa nostra. “La crisi è strutturale” ha detto Nino Cartabellotta, presidente del Gimbe, al centinaio di colleghi presenti.
“L’Emilia-Romagna continua a ricoprire un ruolo di prim’ordine e Reggio al suo interno, ma senza investimenti le Regioni non hanno alternative: o tagliano servizi o aumentano le tasse”, sottolinea Cartabellotta.
Un divario della spesa sanitaria pubblica pro capite di 727 euro rispetto alla media degli altri Paesi più avanzati membri dell’Unione Europea, la crisi motivazionale del personale, quasi 5,8 milioni di persone che nel 2023 hanno rinunciato alle cure, di cui 3,1 milioni per motivi economici; questi i principali dati del rapporto nazionale. A Reggio l’evoluzione è verso il territorio.
“C’è un nuovo modello di prossimità, dobbiamo mettere a valore le case della comunità, le cure domiciliari”, commenta Davide Fornaciari, direttore generale dell’Ausl di Reggio.
“Se noi vogliamo mantenere l’universalità dobbiamo aggiornare alcune prestazioni dei livelli essenziali; il fatto di dare tutto a tutti rischia di garantirlo solo a metà delle persone”, aggiunge Cartabellotta.
Oltre agli investimenti e alla consapevolezza di istituzioni e società, servono competenza e visione. “Una programmazione fatta seriamente e non a caso: lei pensi che tra sei anni avremo un esubero di medici mentre con gli infermieri siamo già alla frutta”, chiosa Annamaria Ferrari, presidente dell’Ordine dei medici di Reggio.










