REGGIO EMILIA – Nel dibattito pubblico torna la voce di Camillo Ruini, cardinale noto per il suo stile diretto. Festeggia i 95 anni e la sua parola è capace ancora di attirare attenzione e accendere il confronto. Lo dimostra l’ampia intervista rilasciata al Corriere della Sera, in cui Ruini ripercorre molti aspetti della sua vita e del suo ministero con una sincerità rara.
Nato a Sassuolo (Modena), vescovo ausiliare della Diocesi di Reggio e Guastalla tra l’83 e l’86 e in seguito presidente della Cei, Ruini parla con naturalezza dei suoi inizi, dei ricordi d’infanzia nell’Italia fascista, un Paese che gli appariva “troppo sicuro di sé, inconsapevole delle sue debolezze”. Racconta poi del percorso che lo ha portato al sacerdozio dopo il liceo scientifico: una scelta contrastata dalla famiglia, tranne che dalla sorella Donata, che lo sostenne fin dall’inizio. Non nasconde neppure aspetti molto personali, come l’ammissione di essersi innamorato tre volte nella vita, pur restando fedele alla sua vocazione. E confida una paura profondamente umana, quella della morte e del giudizio di Dio, convinto che l’inferno non sia affatto vuoto. Alla domanda sulla sua longevità, confida di mangiare un po’ di tutto, bere molta acqua e fare fisioterapia da anni.
Sul piano ecclesiale, Ruini torna ad un momento cruciale del suo percorso: l’autunno dell’84 ricevette una telefonata dalla Segreteria di Stato vaticana che lo invitava a cena con Giovanni Paolo II. Fu l’inizio di un rapporto di grande stima reciproca con Papa Wojtyla, che Ruini definisce senza esitazioni “l’unico vero leader mondiale”. Più complesso invece il rapporto con Papa Francesco, verso il quale confessa di essersi trovato in difficoltà perché troppo poco ancorato alla tradizione. Papa Ratzinger sbagliò a lasciare.
C’è spazio anche per la politica. Ruini conferma la stima nei confronti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il suo giudizio su Donald Trump resta negativo. Ricorda anche l’antica amicizia con Romano Prodi, del quale celebrò il matrimonio, e il successivo allontanamento all’inizio degli anni Novanta, quando spiega “io sono rimasto al centro e lui si è orientato a sinistra”.
Guardando al futuro della Chiesa, Ruini non nasconde la crisi che attraversa il cristianesimo in Occidente, ma mantiene una visione piena di fiducia: alla radice della fede, afferma, non c’è solo l’uomo, c’è Dio. E sulla liturgia si dice contrario al ritorno della messa in latino, perché “tutti i fedeli devono capire”, e favorevole a una tradizione intesa come continuità, non come nostalgia del passato.
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