BIBBIANO (Reggio Emilia) – “Posizionarsi in questa vicenda è difficile: ovviamente c’è tutta la comprensione umana per questa mamma, per questo bambino e per la famiglia intorno. C’è la preoccupazione per lo stato della sanità pubblica. E c’è stato anche un grande moto di compassione per questo professionista che io ho conosciuto come una persona molto umana e molto attenta”. Docente di lettere in una scuola media a Bologna, la città in cui vive, ma originaria di Bibbiano, Emanuela Garimberti è una mamma che ha vissuto in modo profondo la vicenda drammatica del piccolo Domenico: “Poche ore prima che il piccolo Domenico mancasse ho realizzato che la persona che adesso è, insieme al suo staff, sotto inchiesta è lo stesso cardiochirurgo che aveva salvato la vita a mia figlia, il dottor Oppido“.
La figlia di Emanuela, che oggi è un’adolescente in salute, aveva tre mesi e mezzo quando è stata operata al cuore al Sant’Orsola di Bologna. Attimi scolpiti nella memoria: “Quando ti vengono a spiegare come avverrà l’operazione a cuore aperto di tua figlia di tre mesi non è un bel momento. Però mi ricordo con quale attenzione il dottor Oppido allora fece questo passaggio. Mi ricordo che mi fu schizzato a mano il meccanismo della circolazione extracorporea. Io penso che quello sia stato un momento di consapevolezza, dolorosissimo, ma anche di vicinanza umana“.
Nelle parole di Emanuela c’è il dolore per un bimbo che non c’è più e tutta la vicinanza alla sua famiglia. Ma c’è anche il disagio per la gogna mediatica nei confronti del professionista: “Io penso che, prima di scrivere queste cose, bisognerebbe ragionare bene sulle cause, sulle situazione in cui si trova la sanità, del fatto che queste persone sono chiamate a dover decidere in tempi strettissimi e con mezzi anche ristretti”.
Toccherà alla magistratura accertare i motivi che hanno portato alla morte di Domenico e le responsabilità dei professionisti coinvolti. Il pensiero va anche oltre: “Ho pensato tante volte a quella persona, nel suo modo di porsi con noi genitori che eravamo completamente nel pallone il giorno prima dell’operazione e poi il suo sguardo più disteso all’uscita della sala operatoria. Il mio pensiero va a lui ma in generale alla categoria dei medici, penso che sarebbe più difficile per tutti, per loro ma anche per noi pazienti e familiari dei pazienti, se dovesse venire a mancare la fiducia nel sistema sanitario”.
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