VETTO (Reggio Emilia) – Nei giorni scorsi, l’ordine dei geologi dell’Emilia Romagna è intervenuto sul progetto della Diga dell’Enza e ha espresso alcune perplessità di natura prettamente tecnica su entrambe le ipotesi prese in considerazione. Abbiamo approfondito la questione con il presidente, il geologo reggiano Fabrizio Giorgini.
“In tutte e due le situazioni (le alternative progettuali della diga attualmente in discussione, ndr) abbiamo una presenza importante di frane, di diverso tipo come quelle attive o quelle quiescenti, oggetti che possono essere compromessi se ci sarà mai un riempimento e quindi trasformarsi tutte in frane attive” spiega Giorgini.
Le considerazioni dell’ordine dei geologi dell’Emilia Romagna partono da una semplice sovrapposizione: da una parte la carta del dissesto idrogeologico, che indica con colori differenti le diverse frane, dall’altra lo studio di fattibilità delle due alternative per l’invaso del torrente Enza. La linea rossa è il livello dell’eventuale lago artificiale: la carta mostra chiaramente come l’acqua andrebbe a lambire le frane.”L’acqua è una benzina per le frane, occorre studiarle una per una, capire che tipo di frana è, gli spessori, quanto materiale si mette in gioco e poi trovare la medicina per curare la frana”.

Ma le frane non sono poche: ne sono state contate 66 per l’ipotesi “Chiusa a Vetto” e 35 per quella alternativa, ovvero l’ipotesi “Le Gazze”. E in questo caso, i geologi sollevano un ulteriore problema.
“Abbiamo due frane importanti che sono quelle di Lalatta e Taviano: diventerebbero due paesi al di sopra del lago e sono intaccati da una frana, metterla in movimento significherebbe creare problemi”.
Il movimento del terreno comporta un aumento del trasporto di materiale solido nell’Enza che, dicono i professionisti, non è mai stato indagato a dovere. Sul versante parmense c’è poi la Grotta Giulia da Neda: cavità naturali scoperte dagli speleologi cento metri sopra il torrente. E’ un’altra potenziale frana, se lambita alla base dall’acqua.
“Osservazioni – ribadisce il presidente Giorgini – esclusivamente tecniche. La situazione della diga di Vetto per noi non è un sì o un no. Noi ci siamo espressi da un punto di vista tecnico analizzando quelli che sono gli aspetti geologici di nostra competenza e da qui sono emerse queste considerazioni importanti”.
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