REGGIO EMILIA – L’8 marzo 2020 furono 150 i detenuti del carcere reggiano coinvolti in una sommossa durata fino a notte: chiedevano garanzie rispetto all’allora nascente emergenza Coronavirus.
Non un caso isolato. Episodi simili accadevano nelle stesse ore in tutta Italia, in qualche caso con conseguenze drammatiche, come i 9 morti nel carcere della vicina Modena. Poi, in via Settembrini, la situazione è andata migliorando tanto che il bilancio è di soli 2 detenuti su 400 ammalatisi di Covid in questi dieci mesi. In pratica, il virus non è quasi entrato nel carcere di Reggio Emilia, caso piuttosto raro in regione. A Bologna, ad esempio, ci sono stati più di 50 detenuti contagiati.
Ai 2 detenuti positivi vanno aggiunti 12 agenti di polizia penitenziaria sui 160 totali impegnati, ma si può dire che il protocollo siglato dai sindacati con la Regione sia stato applicato con velocità e attenzione. Poi, certo, c’è stata anche un po’ di fortuna: “Abbiamo immediatamente istituito una sezione ad hoc per chi arriva dalla libertà o viene trasferito da altre carceri – ha detto Giovanni Trisolini, ispettore polizia penitenziaria e sindacalista Cgil – Prima, i detenuti rimanevano lì 14 giorni, adesso un po’ meno; fanno il tampone all’ingresso e poi dopo 10 giorni vanno”.
Adesso l’appello è per i mesi che verranno: “Per lo Stato, la politica carceraria è la ‘cenerentola’ da 20 anni a questa parte. Chiediamo di essere inseriti tra le categorie prioritarie per la vaccinazione, subito dopo gli ultraottantenni”, ha aggiunto Trisolini.
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