REGGIO EMILIA – Sessanta tumori: tanti sono stati i cancri al seno che sono stati identificati in ritardo a causa dello stop ai servizi imposto nel marzo e aprile del 2020, durante la fase più critica dell’emergenza Covid, e che si è abbattuto anche sul percorso di screening mammografico, per la diagnosi precoce della neoplasia più diffusa tra le donne. Le 10mila mammografie che in quelle settimane non sono state eseguite hanno dunque comportato, per quel periodo, mancate diagnosi che alla ripartenza è stato necessario recuperare.
“Avendo garantito subito la ripartenza e avendo mantenuto un ritardo stretto possiamo dire di aver ritardato una diagnosi di due mesi ma non di più”, sostiene Cinzia Campari, direttrice del Centro Screening dell’Ausl.
Contenere i ritardi, non accumularne di nuovi, recuperare ogni esame: questi gli obiettivi che sono stati centrati nella prima parte del 2021 quando al Santa Maria Nuova si è investito su strumenti e personale per l’affitto, per sei mesi, di un nuovo mammografo. Diecimila mammografie in più, significa anche 500 esami di secondo livello in più, tra ecografie e agospirati: un aumento del carico del 20% rispetto ad un anno standard. Per questo può capitare che una donna sia chiamata in una radiologia che non è quella usuale: “Stiamo sfruttando tutte le disponibilità, dando come prioritario il fatto di chiamare le persone alla scadenza piuttosto che il criterio di vicinanza che non sempre riusciamo a soddisfare”.
Non si è invece mai fermato lo screening rivolto alle donne che ritengono di avere un alto rischio e che anche durante il lockdown hanno sempre potuto ottenere una visita. 1.500 le pazienti, con livelli di rischio diversi, seguite in questo percorso: “Attraverso una visita e un colloquio si ricostruisce l’albero genealogico e in base al livello di rischio della donna si cerca di costruire il percorso di sorveglianza”.











