BIBBIANO (Reggio Emilia) – La galleria comunale di arte contemporanea L’Ottagono ospita “Di pietra in pietra“, la mostra del fotografo reggiano Luigi Menozzi dedicata al nostro appennino. L’inaugurazione sabato 2 aprile alle 17. L’esposizione sarà visitabile fino al 24 aprile.

Scriveva Vasco Ascolini nella presentazione del catalogo Appennino reggiano (1989): È l’unico collega fotografo che non mi abbia mai chiesto, nei nostri incontri: “Cosa stai facendo di nuovo?”. Son certo che la domanda non gli venisse perché, guardandosi dentro, sapeva quanto sia difficile a noi artigiani fare cose nuove. L’idea che sta costruendo per immagini sul nostro appennino, lo circoscriverà in quel territorio ancora per molto tempo.
Queste parole furono la previsione di una vicenda fotografica che dura tuttora, e che si è evoluta e declinata con straordinaria fedeltà e coerenza.
Chi conosce il lavoro fotografico di Luigi Menozzi, non può non ricordare le sue immagini della montagna reggiana, raccolte dopo oltre dieci anni di ricerca nel volume In attesa dell’incanto, pubblicato nel 1999.
La documentazione fotografica sull’Appennino, cominciata nel 1987, ha segnato una svolta nella sua formazione. Con questo progetto inizia il percorso d’avvicinamento ad una fotografia sempre più artigianale nella forma e sempre più lenta e meditata nella realizzazione. Parallelamente all’aumentare del formato del negativo (dal medio formato agli apparecchi a lastre), cambia anche l’approccio al paesaggio. Come ha puntualmente osservato Massimo Mussini (Zone d’ombra, 2003) dalle larghe vedute dei primi paesaggi appenninici, eredi in particolare della tradizione americana, il suo percorso fotografico passa via via a una ricerca minimalista che isola, ritaglia ed esplora particolari della natura apparentemente insignificanti, poiché non è più mostrare il visibile che gli interessa, ma piuttosto l’invisibile o, meglio, ciò che ci sfugge per la nostra superficialità visiva
Alessandro Bartoli, nel testo che accompagnava la serie di immagini Divino naturale insomma eterno, esposta nell’edizione di Fotografia Europea 2009, ha colto in pieno l’evoluzione del suo lavoro. Diceva infatti: Sono piccole stampe a contatto dall’elaborazione lenta e paziente, tessere di un mosaico rarefatto dove la stessa metodologia d’esecuzione incrocia giorni di buio e lampi rivelatori che disegnano immagini latenti nello studio dell’artista-artigiano; emulsioni foto-sensibili, gelatina, viraggi.
Ricette quasi alchemiche, in un approccio intimo e radicalmente essenziale con la forma e il contenuto, realizzano così questa ricerca sul paesaggio, sul tempo e sull’eterno.
Il suo lavoro si pone in suggestiva controtendenza, non solo rispetto ai pixel e alle dinamiche nuove della fotografia contemporanea. Si aggiunge ai tanti segnali, nelle discipline e nei linguaggi più disparati, che propongono una sottile linea controcorrente, un approdo salvifico alla lentezza dello sguardo e alla metodica cura dei nostri autentici legami con il mondo, con il valore del tempo.
Già qualche anno prima (2007), in perfetta consonanza, Paolo Ielli scriveva: Menozzi ha voluto affiancare lo sguardo del fotografo e la manualità dell’artigiano, ha fatto uno sberleffo alla modernità affiancando le ricerche effettuate sul web di materiali fotografici, di pezzi di ricambio e di parti di corredo per le sue macchine fotografiche, alla paziente riscoperta delle tecniche dell’Ottocento, tornando a sensibilizzare da solo le carte fotografiche, riscoprendo il piacere della porosità della carta, dell’imperfezione dell’emulsione, dell’irregolarità dei bordi e adottando come riferimento la dimensione della stampa a contatto, o comunque su formati piccoli, a cui lo spettatore si deve avvicinare per poter guardare con attenzione l’immagine e i suoi dettagli: in netta controtendenza alla fotografia urlata, sparata su grandi formati, così attuale e fedele ad una visione pubblicitaria e televisiva del mondo, ma anche e spesso superficiale, vana, gratuita.
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Di pietra in pietra presenta una serie di immagini tratte da alcuni dei lavori più recenti di Luigi Menozzi, lavori che indagano uno dei soggetti più ricorrenti nel suo percorso fotografico.
Immagini che passano da uno sguardo più volte posato sulla Pietra di Bismantova e sull’ambiente dell’Appennino reggiano, alla ricerca dei rapporti tra arte e natura nelle fotografie di land art dove foglie, rami, pietre diventano provvisoriamente manufatti dell’uomo; affidati alla Natura, all’inevitabile degrado e al suo ciclo vitale, ridiventano materiale per nuove opere; nascono, crescono e muoiono come esseri viventi.
La pietra come denominatore comune.
La pietra che dall’alba dell’umanità ha rappresentato un fortissimo polo d’attrazione per tutte le civiltà.
La forza suggestiva della pietra è presente nei culti esoterici, nelle religioni, in molti simbolismi. Basti pensare alla rappresentazione della montagna come luogo di congiunzione tra la terra e il cielo, o a quella della caverna e del cuore intesi come centri vitali e spirituali. Di pietra sono i dolmen, i menhir, gli allineamenti megalitici. Anche oggi a memoria di un evento particolare si pone un cippo, una pietra.
I testi religiosi sono colmi di riferimenti: la pietra di Giacobbe, la pietra angolare, costruire sulla pietra, tu sei Pietro e su questa pietra…
Anche gli altari sono spesso costruiti in pietra.
E quale raffigurazione migliore di un altare naturale se non la Pietra di Bismantova?

Biografia
Luigi Menozzi (Reggio Emilia,1957), fin dai suoi primi lavori ha focalizzato la sua attenzione sulla natura e sull’ambiente naturale, dapprima soffermandosi sul paesaggio, in seguito con ricerche e progetti più delineati e circoscritti.
Fedele fin dalle sue prime immagini a una produzione artigianale, ha sempre stampato personalmente le sue fotografie, passando dalla carta baritata alle carte naturali preparate con gelatina ed emulsione fotografica al cloro-bromuro d’argento, per arrivare poi alla carta salata e alla stampa su carta sensibilizzata al platino/palladio, completando così il percorso alla ricerca di immagini nelle quali le componenti fisiche e tattili siano parte integrante dell’opera stessa.
Dal 2009 fa parte del Gruppo Rodolfo Namias che si occupa dello studio e della riscoperta delle antiche tecniche fotografiche.
Ha esposto in numerose personali e collettive in Italia ed all’estero, tra le quali: Musée N. Niépce Chalon-sur-Saone, 1992 – “XXV Rencontres Internationales de la Photographie, Arles, 1994 – “Paesaggi italiani del ‘900, Milano, 1999” – “XL La collection photographique d’ Arles”, Arles, 2005 – “Un’arte glocale – da Reggio Emilia ad Albacete”, Albacete, 2005 – “Divino naturale insomma eterno”, Fotografia Europea 2009, Reggio Emilia – Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia, 2010 – Reggio Emilia Galleria Zannoni, Fotografia Europea 2015 – Reggio Emilia Galleria MBN Art, 2018 – Reggio Emilia Studio BMFR, Fotografia Europea 2019.
Sue fotografie sono conservate nelle collezioni della Biblioteca Panizzi e dei Civici Musei a Reggio Emilia, del Centro Studi e Archivio della Comunicazione a Parma, del Musée Niépce a Chalon-sur-Saone, del Musée Reattù e della Ecole Nationale de la Photographie di Arles, della Bibliotheque Nationale de France a Parigi, del Musée de la Photographie a Charleroi, del Musée d’Art et d’Archéologie di Aurillac.











