REGGIO EMILIA – “Se come si dice si insegna molto di più con l’esempio che con le parole, allora…”.
Mani giganti, piedi di velluto e lingua loquace, ma soltanto nei contesti necessari a far gruppo. Mike Mitchell era pragmatico e si perdeva poco in discorsi. Il ricordo è di Giordano Consolini, che per cinque stagioni, le ultime due nelle vesti di allenatore, lavorò a stretto contatto col ‘Professore’, com’era soprannominata la stella americana arrivata a Reggio nel 1990.
“Per me è stato un grande punto di riferimento – continua Consolini – Parlava poco, ogni tanto mi chiedeva il permesso di poter parlare alla squadra, faceva una piccola riunione di tre minuti, mentre per i ragazzi è stato veramente un esempio”.
Il 9 giugno ricorreranno i 15 anni della scomparsa del giocatore considerato uno dei più grandi, se non il più forte, ad aver vestito la canotta biancorossa. Lo scorso primo gennaio avrebbe compiuto settant’anni. Nella puntata speciale di Reggio a Canestro a lui dedicata, l’ex presidente Enrico Banfi ha così spiegato i motivi dell’ingaggio di Mtichell: “Sposò in pieno l’obiettivo che gli era stato dato: giocare e fare spettacolo, fare vincere la Pallacanestro Reggiana, nello stesso tempo occuparsi dei cuccioli, di quelli che dovevano diventare il futuro”.
Incredulità per il fatto che a Reggio non sia stata ritirata maglia numero 4 indossata dal grande campione e che non gli sia stato intitolato un luogo pubblico è stata espressa dall’ex compagno di squadra Angelo Reale. “Non capisco – attacca Reale – perché il Comune non gli abbia dedicato il palasport, che sarebbe meglio di una via qualsiasi’.
Mitchell fu un punto di riferimento anche per Tony Brown un altro ex Nba che militò a Reggio “mi aiutò a familiare con la città”, ha detto in un video messaggio inviato da Chicago.
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