REGGIO EMILIA – Le sirene, le strade vuote, le settimane di isolamento: il 23 febbraio 2020, Reggio e l’intera regione si fermano: scuole chiuse, eventi sospesi, prime misure emergenziali. E tutto partì da una stanza dell’ospedale di Codogno, dove un tampone cambiò la storia. La pandemia arriva sul territorio reggiano più rapidamente di quanto oggi si ricordi: il 7 febbraio 2020: un giovane di Luzzara, rimpatriato da Wuhan, diventa il primo italiano contagiato, poi trasferito allo Spallanzani di Roma.
Il 26 febbraio: primo decesso in Emilia-Romagna, un 70enne proveniente dalla zona rossa lombarda;
il 27 febbraio: primo caso reggiano, un 25enne di Casalgrande;
il 29 febbraio: sono già cinque i positivi nella provincia, con 130 persone in quarantena. Il virus corre e il territorio cerca di reagire. Ospedali sotto pressione e la riorganizzazione è immediata: vengono allestiti punti triage nelle tende fuori dagli ospedali, per separare i sospetti Covid dai pazienti ordinari.
Il sistema sanitario locale riesce a resistere grazie a una rete modulare di ospedali Covid e No Covid, intuita e implementata già nei primi giorni dell’emergenza. Poi i bollettini quotidiani con i numeri dei contagiati, l’arrivo dei vaccini non senza polemiche, le attività chiuse e i messaggi alle finestre ‘andrà tutto bene’.
Reggio visse la pandemia con disciplina, paura e resilienza, sostenuta da un sistema sanitario sotto pressione ma capace di reagire. Raccontare quei giorni oggi significa non solo ricostruire una sequenza di eventi eccezionali, ma ricordare l’impatto anche umano di una crisi che ha messo in discussione ogni certezza.
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