REGGIO EMILIA – Le motivazioni, depositate di recente, della sentenza d’appello bis sui delitti di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero dicono parecchio sul clima ‘ndranghetistico che si respirava nel 1992, con un filo diretto insanguinato fra Cutro e Reggio Emilia.
Sentenza che ha accolto in gran parte le accuse sollevate dall’antimafia, condannando all’ergastolo il boss Nicolino Grande Aracri e Antonio Ciampà detto “Coniglio” (come mandanti di entrambi i due omicidi), ma anche Angelo Greco per l’assassinio di Ruggiero a Brescello con lo stratagemma dei finti carabinieri, mentre per Angelo Lerose sono 18 gli anni di pena inflitti.
Per i giudici di secondo grado, vi sono alcuni pilastri che sorreggono una decisione così dura: l’attendibilità nelle articolate ricostruzioni dei pentiti Antonio Valerio (ritenuto il più dettagliato) e Salvatore Cortese, l’effetto dirompente dell’uccisione il 13 agosto 1992 a Cutro di Paolino Lagrotteria, figlioccio dei Ciampà che al tempo reggevano la cosca al fianco dei Dragone, con tanto di tempestivo summit – ritenuto provato dai magistrati giudicanti – in un impianto di calcestruzzi vicino a una stalla in cui Grande Aracri ricevette l’investitura per formare un gruppo di fuoco che colpisse in Emilia i rivali ritenuti responsabili dello “sgarbo omicida”.
Per non parlare della grande disponibilità di denaro che Valerio in aula ha ricordato con una frase agghiacciante: “Andate e ammazzate…che i soldi ve li mandiamo con la bitumiera”. E spunta dal racconto dei due collaboratori di giustizia anche il particolare inedito di far fuori il killer reggiano Paolo Bellini, ma i tentativi omicidiari fallirono più volte, lasciando libero d’agire il braccio armato del gruppo mafioso rivale. Da quei due delitti sono trascorsi quasi 34 anni, ma la parola “fine” dal punto di vista giudiziario non è ancora giunta, perché appare scontato l’approdo in Cassazione.
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