Reggio Emilia: cena tra politici e sospettati per mafia

Per Giuseppe Pagliani, l'incontro finito sotto la lente della prefettura era "incentrato sulla crisi dell'edilizia"

Una cena sotto la lente della prefettura

Una cena sotto la lente della prefettura

REGGIO EMILIA – Una cena dello scorso 21 marzo alla quale avrebbero partecipato persone sospettate di mafia ed esponenti politici – assieme ad avvocati, commercialisti e imprenditori dell’autotrasporto - è finita sotto la lente della prefettura e delle forze dell’ordine.
Domani al Tar, infatti, verrà discussa la validità del provvedimento che vieta di detenere armi, munizioni e materiale esplodente a quattro persone: si tratta del 45enne crotonese Pasquale Brescia, del 55enne Giuseppe Iaquinta, papà del calciatore della Nazionale italiana, del 57enne Antonio Muto e del 59enne Alfonso Paolini, tutti originari di Cutro. 
Queste quattro persone, secondo quanto riporta Il Resto del Carlino, sarebbero stati tra i commensali di una cena svoltasi nel ristorante alla periferia di Reggio Emilia di proprietà dello stesso Brescia; al tavolo vi sarebbero stati anche il consigliere provinciale Pdl Giuseppe Pagliani e il consigliere comunale Rocco Gualtieri (entrambi, va detto, avrebbero potuto essere all’oscuro delle questioni legali che i commensali avevano in sospeso). Oltre a loro, secondo gli inquirenti, vi sarebbero stati anche persone con precedenti di polizia per associazione a delinquere di stampo mafioso: tra questi Alfonso Diletto, i fratelli Nicolino e Gianluigi Sarcone, oltre a Giuseppe Sarcone Grande, considerati dagli inquirenti vicino al clan Grande Aracri, e di Gianni Floro Vito. A fine serata, poi, sarebbe arrivato anche Michele Colacino, destinatario di un provvedimento amministrativo antimafia del prefetto (per cui vi è un ricorso al Tar ancora in discussione).
Le forze dell’ordine fatto rapporto, segnalando che ognuno degli interessati “veniva notato mentre si trovava in compagnia di Alfonso Diletto, Nicolino Sarcone, Gianluigi Sarcone, Giuseppe Sarcone Grande e Gianni Floro Vito”.

Il ricorso
La presenza di Pagliani, definita “informale”, viene esplicitata nel ricorso che Brescia e Iaquinta hanno presentato contro il divieto di detenere armi: in quella cena, si legge nella parte del  documento riportato da Il Resto del Carlino, sarebbero stati coinvolti “non soltanto i soggetti de quibus ma anche altri e in primo luogo esponenti della politica locale in persona dell’avvocato Giuseppe Pagliani e di suoi collaboratori nonchè giornalisti della stampa locale”. E ancora: “Tale convegno era stato esplicitamente organizzato dall’avvocato Pagliani (…) per discutere sul tema di una contemporanea campagna di stampa che vedeva coinvolte numerose imprese operanti nella provincia di Reggio e gestite o comunque riconducibili all’emigrazione calabrese”. Nel ricorso, si afferma anche che l’incontro sia avvenuto in un luogo pubblico, e si contesta la presenza di Giuseppe Sarcone Grande.
Toccherà al Tar, domani, decidere se quella che il ricorso definisce “una riunione informale” possa aver influito sull’opportunità o meno di detenere armi.

La replica di Pagliani
E’ lo stesso Giuseppe Pagliani a voler chiarire i fatti di quel 21 marzo, affidando ogni commento a una nota scritta: “Sono stato invitato insieme ai colleghi Rocco Gualtieri, consigliere comunale Pdl di Reggio e alla collega avvocato Caterina Arcuri consigliere di circoscrizione a Reggio, a una cena nel ristorante – scrive - Alla serata hanno partecipato tante persone sopraggiunte alla spicciolata in quanto argomento dell’incontro era la grave crisi dell’edilizia, delle imprese meridionali operanti sul territorio reggiano, il rapporto con il sistema creditizio e le gravi esternazioni che la presidente della Provincia Sonia Masini mia concorrente aveva rilasciato ai giornalisti nei giorni precedenti... La partecipazione all’incontro era libera e ciascun partecipante che si è intrattenuto a cena ha provveduto a pagare il proprio conto”. 
E ancora: “Le persone oggetto del divieto non hanno a che fare con la criminalità organizzata, le conosco da una vita. L’incontro era per parlare del sacco di imprese che falliscono, Durc, Equitalia. La Dda di Bologna va in America a spiegare come battere la mafia, e qui dopo tanti anni non riesce a saltarci fuori. E lo volete da noi?”.

Chi sarebbe stato presente alla cena
Molti dei nomi indicati nel provvedimento di divieto di detenere armi non sono affatto estranei alle cronache locali, né sconosciuti alle forze di polizia.
Nicolino Sarcone era stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso nell’ambito dell’operazione Edilpiovra, durante la quale era stato scoperto un giro di estorsioni e false fatture per la cosca Grande Aracri: secondo gli inquirenti, sarebbe stato lui il referente dell’organizzazione criminale per la città. Il processo è in corso al tribunale di Reggio, dopo che la Cassazione aveva cancellato le sentenze dei precedenti gradi di giudizio.
Alfonso Diletto compare invece tra gli indagati nell’operazione Dirty Money della Dda di Milano, sul riciclaggio di denaro di provenienza illecita. Secondo gli inqurenti, Diletto, insieme a Francesco Muto, entrambi residenti a Brescello, avrebbe creato una società per favorire il riciclaggio. 
Gianluigi Sarcone e Giuseppe Sarcone Grande, invece, avrebbero precedenti di polizia per associazione a delinquere di stampo mafioso, ma la posizione è stata  archiviata. Il primo era stato arrestato nel 2004 per detenzione illegale di un’arma, mentre il secondo era stato indagato (il procedimento è ora prescritto) per aver favorito la latitanza di Francesco Frontera, considerato un personaggio di spicco della cosca Grande Aracri. Nessuno di loro, dunque, ha sentenze definitive a proprio carico.
Non ha precedenti di polizia Gianni Floro Vito, fratello di Giuliano e Antonio: il primo era stato arrestato nell’operazione Scacco Matto della Dda di Catanzaro, poi assolto, e nel 2010 fu arrestato dalla Finanza per usura, patteggiando una pena a due anni, diventata definitiva. Antonio, invece, era finito nell’operazione Grande Drago del tribunale di Piacenza, ma è stato assolto; è sposato con la figlia di Francesco Lamanna, considerato il luogotenente di Nicolino Grande Aracri nel cremonese.

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