"Einstein on the beach", l'enigma ipnotizza il Valli

Appassionati di tutto il mondo a Reggio per l'opera "perduta" di Glass e Wilson

Una delle voci narranti (foto Alfredo Anceschi)

Una delle voci narranti (foto Alfredo Anceschi)

REGGIO EMILIA – Un sogno. Lungo, ossessivo, ardito. Una glaciale ragnatela di rimandi che, forse, non portano a interpretare nulla. L’opera “perduta” di Philip Glass e Robert Wilson, “Einstein on the beach”, non svela nulla di sé, neppure dopo la dolcissima catarsi finale. Sa perfettamente di lasciare frastornati, quest’opera di quasi cinque ore alla quale moltissime persone hanno voluto assistere, e resistere. Del resto, quello del weekend reggiano era un vero e proprio evento: “Einstein” non veniva rappresentato da più di vent’anni, e non era mai arrivato in Italia. Per le due repliche reggiane sono arrivati appassionati da tutto il mondo e, oggi, vedere John Rockwell del “New York Times” conversare amabilmente con Daniele Abbado, direttore artistico de I Teatri, ha lasciato a tutti quella piacevole sensazione di vivere in una città dove, culturalmente, accadono cose davvero importanti.


Ma, una volta spente le luci del teatro, nessuno si può attaccare né a questo, né ad altri appigli. Davanti ad “Einstein on the beach”, perfino il concetto di “opera” va ripensato: le porte del teatro sono lasciate aperte, col pubblico libero di vagare. L’orchestra non c’è, sostituita da uno straordinario ensemble fatto da due organi elettrici, tre strumenti a fiato, voce femminile e violino. La musica procede per variazioni minime, sa farsi bordone ovattato ed esplosione improvvisa, ripetuta, ostinata: anche nelle sue parti più fragorose, appare a distanze siderali, quasi ultraterrena. Le parti cantate non hanno alcun testo, solo solfeggio di note e numeri. Le parole, quando compaiono, non aiutano a decifrare alcunchè. Nemmeno quella dell’Einstein evocato nel titolo è una presenza chiara, certa, continua: compare qui e là, evocato da un violinista truccato come lo scienziato da vecchio, da date e simbologie (i treni, gli ascensori, un giroscopio).
Un'immagine dall'ultimo atto di "Einstein on the beach"

Un'immagine dall'ultimo atto di "Einstein on the beach"

Tutto è senza appigli, come il mondo che Einstein ha tentato di organizzare in un’unica formula. E non stupisce che la chiarezza matematica e l’attrazione mistica della musica di Glass si sia fatta affascinare dalla vicenda dello scienziato-sognatore e dal rigore glaciale delle regie di Wilson: ogni cosa combacia alla perfezione, in una messinscena dove gli elementi umani (musicisti, attori, coro, ballerini) sono trattati alla stregua di macchine dai cui movimenti si originano però luci e variazioni. Meravigliano i loro incastri millimetrici, la maestria meccanica, lo sforzo fisico cancellato dalle maschere impassibili.
E anche certe inevitabili lungaggini (i quadri del tribunale), vengono compensate da momenti di puro incanto, come quelli all’interno dell’astronave, in cui presenze bianche danzano come dervisci tra scatti e deviazioni impercettibili. Davanti a tutto questo, cade anche l’accusa di eccessiva cerebralità: non resta nulla da interpretare. O meglio: ognuno legga ciò che crede in questo “Einstein”,  un’opera che assomiglia a un mondo di segni da decifrare.

Daniele Paletta 

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